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Nella Stanza delle Letture: recensione di Shirley, di Charlotte Brontë

Lo scorso novembre Fazi Editore ha curato la pubblicazione di Shirley, romanzo meno noto di Charlotte Brontë, attesissimo dai lettori italiani. La stessa Fazi ci ha gentilmente permesso di leggere il romanzo con qualche giorno di anticipo rispetto all’uscita di quest’ultimo in libreria. Ebbene, lo abbiamo letto e ce lo siamo gustato pagina dopo pagina. E le pagine sono tante: quasi 700. Shirley non è certo un libro che si divora tutto d’un fiato. A nostro modesto avviso parte un po’ lentino, e a essere onesti, mantiene un ritmo cauto e cadenzato per tutta la lunghezza della vicenda narrata. Insomma, ci aspettavamo il filo diretto dalla pagina allo stomaco, come con Jane Eyre, quell’attrazione irresistibile verso il romanzo, tale da non riuscire a metterlo giù. Ebbene, con Shirley non c’è stato niente di tutto ciò. E a ben pensarci, meglio così! Perché cercare tra le pagine di una nuova lettura delle vecchie sensazioni?

Shirley viene spesso definito un “romanzo sociale”. Effettivamente, il quadro storico e sociale che dipinge è assolutamente interessante, soprattutto per un lettore curioso e amante dell’Inghilterra. Sin dalle prime righe ci immergiamo completamente nello Yorkshire degli inizi dell’Ottocento: come nel resto del paese la popolazione accusa i colpi delle guerre napoleoniche, del luddismo e delle lotte operaie. E, sempre come da copione per l’epoca vittoriana, ci viene ben spiegato qual è il ruolo convenzionale della donna in questo contesto: nient’altro che quello di essere una buona signora della casa, una brava moglie. Ma è qui, è esattamente qui, che un romanzo come Shirley inizia a brillare. Oh, le parole che usa Charlotte per le sue eroine! Giovani donne che vogliono essere indipendenti, che chiedono di lavorare, di imparare, di avere l’opportunità di essere trattate come persone, senza stare tanto a preoccuparsi se si indossi una gonna o dei pantaloni. Intelletto e sensibilità, volontà di mettersi in gioco con dignità, ambizione e umiltà, questi sono i tratti che caratterizzano le protagoniste del romanzo (che, a dispetto del titolo, che ne ricorda una sola, sono invece due). Un grido di indipendenza femminile che potrebbe uscire dalle nostre, di bocche, tanto sembra moderno, mentre proviene da quella di Charlotte Brontë, che per il suo tempo usava parole davvero illuminanti.

In questa cornice si intrecciano le vicende dei personaggi principali del romanzo: Shirley, ricca ereditiera e Caroline, di più modeste origini e nipote del reverendo; i fratelli Robert e Louise Moore, uno proprietario di una fabbrica tessile, l’altro precettore. Tutta la vicenda gira intorno agli affari, agli affetti, e all’amore.

Questo testo è un regalo, per un lettore, ma è davvero un dono speciale per un lettore che ama le sorelle Brontë. Quanto scopriamo, tra le righe, di queste meravigliose figure, quanto impariamo! Il romanzo è intriso di elementi autobiografici, episodi accaduti in famiglia, riferimenti a persone reali che si mascherano da personaggi letterari, camuffandosi un poco. La commozione del tema della maternità (perduta?), il rapporto stretto tra due amiche che sono quasi sorelle, l’amore per i cani domestici e per i libri e la cultura, la vita nel rettorato, la morte sempre in agguato… insomma, non è difficile scovare, alla base della finzione letteraria, delle solide radici che vengono dall’esperienza diretta di vita dell’autrice.

Perciò, in questa lenta lettura, ancora una volta ci siamo meravigliate di quanto queste autrici, e nello specifico, in questo caso, Charlotte, riescano in qualche modo a colpire sempre da qualche parte, dentro di noi, e a farci desiderare di poter leggere ancora, e ancora, e ancora.

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